La Città di Is

martedì, giugno 17, 2003

 

 

MATRIX – Il dubbio

 

Cosa pensare di Matrix, il film cult del momento?

 

Sul WEB ci sono discussioni accanite tra cultori e detrattori.

Ma allora Matrix è un capolavoro o una “boiata pazzesca”?

 

Anche se i “sequel” di solito non valgono l’originale, a mio parere, il film dei fratelli Wachowski risulta pregevole anche nella seconda parte, almeno dal punto di vista delle scene e degli effetti speciali.

 

E i contenuti? Citazioni e rimandi filosofici e letterari non mancano, ma non è certo questo aspetto che fa di un film un capolavoro. Nell’articolo che gli dedica “The Gnueconomy” si sospetta anche una certa dose di ironia. E spero proprio di si.

 

Uno dei momenti centrali del film è il colloquio tra Neo e l’Architetto, che dovrebbe essere esplicativa del “Matrix-pensiero”. A proposito, se qualcuno non lo avesse compreso bene,“The Gnueconomy”, ha scoperto un blog  che l’ha trascritto e invita a leggerlo con calma e a “giudicare se si tratti di genio o stronzata”.

postato da marivan | 23:34 | commenti

 

Il sole nero di Gérard de Nerval

Je suis le Ténébreux, - le Veuf, - l'Inconsolé, Le Prince d'Aquitaine à la Tour abolie: Ma seule Etoile est morte, - et mon luth constellé Porte le Soleil noir de la Mélancolie. (Io sono il Tenebroso, - il Vedovo, - lo Sconsolato, Il Principe d'Aquitania dalla Torre abolita: La mia unica Stella è morta, - e il mio liuto costellato porta il Sole nero della Melanconia). Gérard de Nerval -“Les Chimères” (1854)

Ho trovato per caso questi versi scorrendo qualche tempo fa il sito "http://www.internazionale.it/" in un articolo dall'enigmatico titolo "Albrecht Dürer e i Maestri della Traveggola".

A me affascina particolarmente , e non saprei spiegare perché, "Il Principe d'Aquitania dalla Torre abolita", ma sembra che l'autore fosse ossessionato dal sole nero, immagine che compare già nell'Apocalisse di Giovanni e che affascinò molti poeti, da Heinrich Heine a William Blake. Sembra, come scrive l'autore dell'articolo, richiamando il saggio di Maria Luisa Belleli “Il sole nero dei poeti" (Sciascia, 1975), che l'autore abbia mutuato l'immagine da Théophile Gautier e dal suo frammento "Melancholia", pubblicato nel 1834 nelle "Annales romantiques". Gautier si sarebbe illuso infatti di scovare un sole nero dove palesemente non c'era, e cioè nell'incisione Melencolia I (1514) di Albrecht Dürer. Sullo sfondo dell'incisione, scrive pressapoco Gautier, il padre Oceano riflette nel suo specchio profondo "les rayons d'un grand soleil tout noir", i raggi di un grande sole tutto nero. Ma il sole nero proprio non c'è. C'è una specie di cometa, ed è tutto fuorché nera.

Gérard de Nerval, pseudonimo Di Gérard Labrunie (Parigi, 1808-55), esponente del romanticismo, trascorse l’infanzia a Mortfontaine, nel Valois, si trasferì quindi a Parigi, dove si iscrisse a medicina per volere del padre medico, ma si dedicò in realtà agli studi letterari.

Nella sua opera si ritrova l’influsso di sterminate letture, i pensatori del XVIII° secolo, da Rousseau a Restif de la Bretonne, la lettura occultistica, i mistici e gli idealisti tedeschi.

A soli vent’anni pubblicò una pregevole traduzione del primo Faust di Goethe. Nel 1834 un’eredità gli diede la possibilità di un viaggio in Italia. Tornato a Parigi, fondò la rivista "Le monde dramatique", nel tentativo di lanciare un’attrice, Jenny Colon, di cui era innamorato. Sperperate le sue sostanze, visse facendo del giornalismo e scrivendo drammi in collaborazione con Dumas. Lunghi viaggi in Germania, Austria e Belgio precedettero la sua prima crisi di follia (1841). Tra questa e quella del 1863 si situa il periodo della sua fecondità letteraria. Un soggiorno in Oriente, posteriore alla morte di Jenny, gli ispirò un libro denso di simboli "Voyage en Orient" (1851). Nel corso di continui ritorni nel Valois prese appunti per le novelle "Sylvie" e "Angélique", che saranno poi "Les filles de feu". Dopo nuovi viaggi, in concomitanza con la ricaduta del 1852-53, terminò e pubblicò: "Les illuminés" (1852), un insieme di studi su alcune figure di "iniziati" e di pittoreschi personaggi storici del passato; "Petits chateaux de Boéme" (1852-53) che raccoglie testi, in versi e in prosa, pervasi da un misterioso senso d’irrealtà; "Les chiméres" (1854), raccolta di sonetti da cui sono tratti i versi sopra citati, e "Les filles de feu" (1854). Dopo un ultimo viaggio in Germania fu internato. Uscito dalla clinica, nel gennaio 1855, si impiccò di notte in una strada di Parigi. Poco prima di morire aveva scritto un lungo racconto, "Aurélia ou re rêve et la vie" (1855), una delle più suggestive opere di Nerval, benché incompiuta.

postato da marivan | 20:24 | commenti (2)

 

UNIVERSI PARALLELI

Nel film "Passion of mind" una madre di famiglia che vive in Provenza sogna di essere una donna in carriera a New York e quest'ultima sogna di essere una madre di famiglia in Provenza. Per cause che non sto a spiegare ho visto solo il primo tempo del film e pertanto non ho mai saputo chi fosse la sognatrice e chi la donna reale. Ma entrambe le realtà potrebbero coesistere anche se su piani diversi. Secondo la fisica quantistica gli universi paralleli sono una realtà, solo che non potranno mai incontrarsi trovandosi a distanze infinite gli uni dagli altri. Lo aveva già sostenuto il rivoluzionario francese, Louis-Auguste Blanqui, che trascorse gran parte della vita in carcere e, impossibilitato a occuparsi attivamente di politica, si dedicò agli studi di astronomia. Nel volumetto intitolato "L'eternità attraverso gli astri", scritto in carcere nel 1872, teorizza un'infinita serie di terre, simili o anche molto differenti tra di loro, che corrisponderebbero alle successive scissioni della realtà che seguirebbero ad ogni scelta anche minima. Ogni secondo porta ad un bivio costituito dalla strada che si prenderà e da quella che si sarebbe potuto prendere. Ma le due realtà coesistono anche se su piani diversi e infinitamente distanti tra di loro. Esistono infinite possibilità cui corrispondono infiniti mondi paralleli, alcuni simili, con piccole differenze, altri assai diversi. Ognuno di noi ha dei sosia identici e innumerevoli varianti che sono la stessa persona moltiplicata ma che condividono solo dei frammenti dello stesso destino. Esiste un mondo in cui seguiamo una strada che abbiamo disprezzato in questo. La nostra esistenza si sdoppia ad ogni minima decisione e poi si biforca una seconda, una terza, migliaia di volte. Tutto ciò che avremmo potuto essere lo si è altrove da qualche altra parte. Consolatorio? Non direi, perchè ognuno dei tanti noi stessi crede di essere l'unico e conosce una sola realtà e se ha commesso un errore non vedo come possa consolarsi pensando che in una realtà parallela con la quale non verrà mai a contatto non lo ha commesso, e magari ne ha commesso un altro più grande.Ma se la teoria degli universi paralleli è valida, lo è anche per la grande storia: così da qualche parte Napoleone ha vinto la battaglia di Waterloo e lo stesso ribaltamento vale per tutti i grandi avvenimenti storici, così da qualche parte Serse ha sconfitto i Greci, i Mongoli hanno invaso l'Europa, Cesare non ha passato il Rubicone, i tedeschi hanno vinto la seconda guerra mondiale, e via di seguito.

postato da marivan | 20:05 | commenti (2)

FIORI BLU

"Il venticinque settembre milleduecentosessantaquattro, sul far del giorno, il Duca d'Auge salì in cima al torrione del suo castello per considerare un momentino la situazione storica. La trovò poco chiara. Resti del passato alla rinfusa si trascinavano ancora qua e là. Sulle rive del vicino rivo erano accampati un Unno o due; poco distante un Gallo, forse Edueno, immergeva audacemente i piedi nella fresca corrente. Si disegnavano all'orizzonte le sagome sfatte di qualche diritto Romano, gran Saraceno, vecchio Franco, ignoto Vandalo. I Normanni bevevan Calvadòs.

.......... Affascinato, continuò per ore a osservare quei rimasugli che resistevano allo sbriciolamento; poi, senz'alcuna ragione apparente, lasciò il suo posto di vedetta e scese ai piani inferiori del castello, dando di passata sfogo al suo umore cioè alla voglia di picchiare qualcuno. Picchiò, non sua moglie, inquantoché defunta, bensì le figlie in numero di tre; batté servi, tappeti, qualche ferro ancora caldo, la campagna, la moneta, e, alla fine la testa nel muro." Raymond Queneau, Fiori Blu.

Non ricordo nemmeno se il resto del romanzo è dello stesso tenore e nemmeno se l'ho letto tutto, ma quanto all'"incipit"è grandioso. Giochi di parole e citazioni erudite raccolte in poche righe. Soprattutto mi piace l'immagine del duca che sale sul torrione del castello per considerare un momentino la situazione storica che troverà poco chiara. Si tratta di un romanzo che si svolge in tempi diversi, quelli, separati da diversi secoli, in cui vivono i due protagonisti della storia: Cidrolin, nullafacente, vive nel 1964, su un barcone, e il Duca D'Auge, in un castello, nel pieno del medioevo. Quando Cidrolin dorme compare il Duca D'Auge e viceversa. Ma chi dei due sta sognando? Qual è la realtà? Cidrolin ha dei ricordi di una vita passata? Il Duca d'Auge presagisce una delle sue future? O tutte queste ipotesi coesistono?

postato da marivan | 19:52 | commenti

La città di Is

La città bretone di Is, racconta una leggenda, era costruita sotto il livello del mare ed era protetta da alcune dighe le cui chiuse venivano aperte, di tanto in tanto, per permettere il ricambio e il flusso delle acque. Il re di Is si chiamava Grallon ed era padre della bellissima principessa Dahut, che portava sempre, appese al collo, le preziose chiavi delle chiuse.


La principessa era anche una potente maga ed aveva abbellito la città con opere d'arte che nessuna mano umana sarebbe mai stata in grado di fare, ma il suo cuore era vizioso e ricercava soltanto il divertimento e il piacere.
In quella città gli abitanti erano tanto ricchi da usare soltanto utensili d'oro e d'argento, ma la ricchezza li aveva corrotti e resi cattivi e ingrati. I mendicanti erano stati cacciati dalla città e tutti si erano dimenticati di Dio, tanto che l'unica chiesa era stata talmente trascurata da essersi perduta la chiave del suo portone. Tutti pensavano soltanto a divertirsi e passavano il tempo nei locali di spettacolo, tra vino e peccato, senza pensare minimamente a salvare la propria anima.
Dahut era la peggiore tra loro e giorno e notte organizzava meravigliose feste che attiravano molta gente che lei sapeva sempre stupire. Quando si innamorava di un bel giovane, gli donava una maschera magica che gli avrebbe permesso di raggiungerla, segretamente, in una torre che si innalzava accanto alle chiuse. Ma il giorno dopo, quando lui avrebbe voluto allontanarsi, la maschera prendeva vita: si stringeva e lo strangolava. Un servitore, allora, raccoglieva il cadavere e lo andava a gettare sul fondo di un precipizio che si trova tra Huelgoat e Poullauen. Una notte, uno straniero entrò nella sala del palazzo di Dahut mentre era in corso una festa. Era accompagnato da un piccolo suonatore che suonò un passe-pied talmente indiavolato e così potente che nessuno riuscì a sottrarsi al desiderio di ballare e Dahut e i suoi amici si misero a danzare come le fiamme di un fuoco. Lo sconosciuto avvicinò la sua mano al collo della principessa che vorticava persa nella danza, si impadronì delle chiavi delle chiuse e fuggì.


Intanto san Guénolé (o san Corentin) era andato dal re Grallon, che viveva isolato nel suo castello, per dirgli che la misura era colma e che era prossimo il castigo per gli abitanti di una città tanto dissoluta: "Sire, è necessario che la città sia punita. Andiamocene o anche noi saremo coinvolti in quello che succederà".
Il re prese con sé quanto aveva di più caro e prezioso, montò sul suo cavallo nero e seguì il santo. Nel passare davanti alla diga, i due videro lo straniero che si tramutava in Demonio e che usava le chiavi della principessa per aprire tutte le chiuse delle dighe. Il mare cominciò a riversarsi in tumultuose cascate sulla città.
Il santo urlò a Grallon di fuggire e questi lanciò verso la spiaggia il suo cavallo. Galoppò per le strade inseguito dalle onde rombanti, con le zampe posteriori già immerse nell'acqua.


Dahut vide il padre e, terrorizzata, urlò perché lui la salvasse. Il re fermò il cavallo e l'acqua salì sino alle ginocchia del re; egli chiamò in proprio aiuto il santo che gli consigliò di abbandonare la figlia, ma Grallon esitava, così il santo toccò con il suo pastorale di vescovo la spalla della principessa, che scivolò nel mare e scomparve. Il cavallo riprese la sua corsa e raggiunse lo scoglio di Garrec dove si vede ancora l'orma dei suoi zoccoli.


Grallon si inginocchiò per ringraziare Dio; quando sollevò il viso e si volse verso la sua bella città, non vide che una distesa d'acqua oscura e profonda, sulla cui calma superficie si specchiava la luce delle stelle.

Quello di Is è un mito strettamente legato all'isola di Hy-Brazil, che si dice sprofondi e appaia, di tanto in tanto sotto alle onde dell'Irlanda. Il mito non è pura invenzione, perché un tempo vi erano numerose isole in quel tratto di mare, fino alla Francia

A proposito della leggenda della città di Is, è interessante il richiamo che ne fa la scrittrice inglese, Antonia Byatt, nel suo romanzo "Possessione", uscito nel 1990, a rappresentare il conflitto culturale tra due tipi di civiltà, il patriarcato indoeuropeo di Grallond e il paganesimo più primitivo e istintivo della strega sua figlia , Dahut, che viene sommersa mentre lui riesce a salvarsi. Il mondo femminile della città subacquea è l'opposto del mondo industriale, tecnologico e dominato dal maschio. Quando quest'ultimo sarà distrutto, allora riemergerà il primo.

postato da marivan | 01:12 | commenti (3)

BlogItalia.it - La directory italiana dei blog